Le Scienze della Natura e dell’Ambiente rispondono: Che fine ha fatto la COP 30 di Belém?

cop30

Per chi come me ha attivamente seguito la COP 15 di Parigi, nel 2015 che prevedeva “l’impegno di quasi 200 Paesi a limitare l’aumento della temperatura globale ben al di sotto dei 2°C (idealmente 1,5°C) rispetto ai livelli preindustriali, puntando alla neutralità climatica entro la fine del secolo, attraverso la riduzione delle emissioni e l’adattamento agli effetti del cambiamento climatico, con piani nazionali (NDC) aggiornati ogni cinque anni”; i risultati della COP 30 in Amazzonia sono veramente deludenti. Nessuno ha preso sul serio, apparentemente, quello che osserviamo tutti i giorni: variazioni termiche incredibili, uragani, maremoti, incredibile riscaldamento dei mari e degli oceani, e così via…

I combustibili fossili non si toccano e il dio denaro è il filo conduttore di ogni azione…

Abbiamo chiesto ad alcuni importantissimi scienziati che da sempre si occupano del tema cambiamenti climatici e sostenibilità di dare il loro parere sui risultati della COP 30.

Buona lettura

elisa anna fano

Enrico Alleva, Accademico dei Lincei

In un Pianeta Terra dove terremotanti sconvolgimenti geopolitici, come sempre sanguinosi e che stavolta coinvolgono direttamente il nostro Continente, la consapevolezza corale e internazionale sulla urgenza di mitigare la crisi ecosistemica globale perde quota: anche presso i Paesi “ricchi”, quelli cui ci si riferisce giornalisticamente come “Nord del mondo”. Osserviamo con professionale raccapriccio un percorso addirittura a ritroso: si torna indietro, obiettivi delineati o quasi sfumano in un doloroso, nebuloso ricordo. E intanto, una umanità ecologicamente potente ma accecata da una logica incontrastata di supremazia e profitto spicciolo prosegue su una strada di devastazione della biodiversità – e non solo.

Sta a noi, tecnici della Natura e custodi di tecnologie di ristoro, restauro o almeno mitigazione, agire concretamente. Ma sarà soprattutto necessaria la nostra capacità di rendere partecipe e complice una cittadinanza di non addetti ai lavori, ma che assieme a noi rischia lenti ma imprevedibilmente sussultorie catastrofi. È tempo di trovare e rinnovare energie, uno sforzo non solo corroborato dalla nostra onerosa scienza militante. È dunque necessaria una rinnovata capacità di far valere le nostre ragioni.

Gianfranco Bologna, Presidente onorario della Comunità Scientifica del WWF Italia, membro del Club di Roma

Una frase che è sempre rimasta scolpita nella mia memoria e che guida molto il mio impegno quotidiano per la sostenibilità, è quella che Aurelio Peccei, lo straordinario fondatore e presidente del Club di Roma (sino alla sua scomparsa avvenuta nel 1984) nonché mio fondamentale maestro, scrisse nel suo libro “Cento pagine per l’avvenire” (originariamente pubblicato da Mondadori nel 1981 e di cui ho curato la ristampa per Giunti editore nel 2018): “Allo stato attuale delle cose il coraggio dell’utopia è il solo modo di essere veramente realisti”.

Vedendo a ritroso il tortuoso, lentissimo e faticosissimo andamento dei risultati concreti prodotti dal processo delle Conferenze delle Parti (COP) avviato dalla Convenzione ONU sul cambiamento climatico (COP giunte con l’ultima tenutasi a Belem in Brasile, al 30° appuntamento), diventa oltremodo difficile mantenere fede all’impegno richiesto dalla frase sopra citata. 

Si è giunti alla COP 30 in un clima surreale di una visione politica, autocratica, sovranista e antiscientifica che sta diffondendosi, con la spinta di una studiata strategia di fake news e fake truths, in molte nazioni del nostro mondo, in primis negli Stati Uniti con la seconda funesta presidenza Trump.

Questo clima politico costituisce l’esatto contrario dei principi basilari sui quali non solo è stato fondato il sistema delle Nazioni Unite, che rappresentano quei principi di base civili e sociali di diritti e doveri che dovrebbero caratterizzare il comportamento di ogni essere umano sulla Terra, ma che derivano anche dalla consapevolezza di un’umanità che è passata dal 1° miliardo di abitanti raggiunti all’inizio del 1800, ai 2 miliardi raggiunti nel 1928, 3 nel 1960, 4 nel 1974, 5 nel 1987, 6 nel 1999, 7 nel 2011 e 8 nel 2023, con una previsione di crescita come previsto nell’ultimo World Population Prospect delle Nazioni Unite (vedi https://population.un.org/wpp/assets/Files/WPP2024_Summary-of-Results.pdf) con la possibilità di raggiungere addirittura un picco di 10.3 miliardi nella metà degli anni 2080.

Contestualmente è cresciuta in maniera drammatica il livello di disuguaglianza interna alle società nei singoli paesi come dimostrano, tra l’altro, gli autorevoli studiosi del World Disequality Laboratory di autorevoli studiosi tra i quali il noto economista Thomas Picketty (vedi https://inequalitylab.world/en/) e un primo importante rapporto lanciato al G20 in Sud Africa sulla “Global Inequality” (vedi https://g20.org/wp-content/uploads/2025/11/2-G20-Global-Inequality-Report-Full-and-Summary.pdf).

Non solo, ma gli straordinari avanzamenti delle scienze del sistema Terra che vedono analizzati nel loro complesso le sfere che costituiscono il nostro pianeta e le interazioni che si verificano tra di esse (geosfera, atmosfera, pedosfera, idrosfera, pedosfera, biosfera, ecc.) e che sono ormai documentati in un’incredibile quantità di pubblicazioni scientifiche autorevoli, hanno visto alla COP di Belem un intero Pavilion (il Planetary Science Pavilion vedi https://planetarysciencepavilion.org/) dedicato ai risultati della scienza riassunti in straordinari rapporti. Cito quelli di maggiore rilevanza che qualsiasi politico dovrebbe leggere con grande attenzione, come il “Planetary Health Check 2025” (vedi https://www.planetaryhealthcheck.org/), il “Global Tipping Points Report 2025” (vedi https://global-tipping-points.org/), il “Global Carbon Budget 2025” (vedi https://essd.copernicus.org/preprints/essd-2025-659/), i “10 new insights in Climate Science 2025” (vedi https://futureearth.org/2025/10/29/10-new-insights-in-climate-science-for-2025) e l’ “UNEP Emissions gas report 2025” (vedi https://www.unep.org/resources/emissions-gap-report-2025).    

Come tutti ricorderanno Donald Trump nel suo allucinante discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha attaccato in tutti i modi il sistema ONU, ha dichiarato “una truffa” il cambiamento climatico e inoltre ha fatto uscire gli USA dall’Accordo di Parigi, nonché dall’Organizzazione mondiale della Salute (WHO), oltre ad aver provocato significative sottrazioni di fondi agli enti di ricerca governativi a linee di ricerca fondamentali sia nelle scienze mediche che in quelle ambientali e climatologiche, rendendo la vita difficile persino agli scienziati americani coinvolti nei lavori dell’IPCC, ecc.

Il clima politico anti sostenibilità sostenuto dagli USA (“Drill, Baby Drill”) e altri paesi con governi sovranisti e autocratici nel mondo e anche in Europa, sta cercando di minare concretamente alle fondamenta qualsiasi impegno politico per ridurre le emissioni di gas serra, per proteggere e restaurare gli ecosistemi a rischio e quelli già colpiti dalla continua crescita materiale dell’umanità, rafforzando il ruolo negativo dei paesi esportatori di combustibili fossili.

In questa situazione globale, nonostante gli ammirevoli sforzi del mondo scientifico e della società civile organizzata nonché delle comunità indigene, il risultato della COP 30 è stato di fatto molto deludente con testi approvati deboli e privi di impegni significativi per far fronte a una situazione climatico ambientale nonché sociale che sta drammaticamente peggiorando anno dopo anno.

Sarebbe pertanto necessario un movimento mondiale mai visto sino ad ora, capace di coordinare tutti gli impegni e gli sforzi che la comunità scientifica e la comunità sociale organizzata continuano a produrre nei loro campi e nelle realtà dove operano, per cercare di porre un freno e ostacolare questa folle corsa verso una sorta di autentico abisso per il futuro dell’umanità. E ovviamente ci deve guidare il coraggio dell’utopia.

Enrico Giovannini, Direttore scientifico Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS)

Combustibili fossili assenti, finanza debole, ambizioni insufficienti: la Conferenza lascia irrisolti i nodi centrali dell’azione climatica. L’Italia è chiamata a dimostrare coerenza nelle decisioni sulla transizione energetica. 

Dieci anni dopo Parigi, Belém avrebbe dovuto tracciare la strada che trasforma gli impegni in azioni. Non ci è riuscita. La Cop 30 sul clima non ha inaugurato una nuova stagione dei negoziati invocata dalla comunità scientifica, imposta dall’evidenza climatica e dettata dal “libro delle regole” di un Accordo di Parigi ormai completo.

Una Cop che si è scontrata con i consueti interessi di breve periodo, spesso capaci di sovrastare il valore democratico di un vertice in cui la società civile è tornata con forza sulla scena, dopo la trilogia Egitto–Emirati Arabi–Azerbaigian, Paesi uniti da due elementi: grandi quantità di combustibili fossili e scarsa qualità della democrazia.

Il vuoto più evidente lasciato da summit di Belém lo conosciamo bene, resta lo stesso da trent’anni a questa parte: l’assenza dei combustibili fossili. Né nel testo della Global Mutirão né in quelli dei diversi programmi di lavoro (mitigazione, adattamento, giusta transizione, ecc.) si trova infatti un riferimento esplicito alla causa principale della crisi climatica. La soglia di 1,5°C continua a essere presente nei documenti ufficiali, ma senza gli strumenti necessari per rispettarla resta poco più di un principio astratto, destinato a evaporare di fronte a una realtà in cui crescono le emissioni climalteranti.

https://asvis.it/editoriali/3257-24760/cop-30-il-compromesso-al-ribasso-di-belem-riflette-linerzia-dei-governi-sul-clima

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